The Last of Us, capolavoro del 2013 firmato da Neil Druckmann e sviluppato da Naughty Dog, si chiude con una delle decisioni morali più complesse e devastanti che il medium videoludico abbia mai osato concepire. Joel Miller, contrabbandiere cinquantenne segnato dalla perdita della figlia Sarah vent’anni prima, compie un gesto che definire egoistico sarebbe riduttivo: condanna l’intera umanità alla lenta agonia dell’estinzione pur di salvare Ellie, quattordicenne immune al Cordyceps che ha trasformato il mondo in un cimitero di funghi e carne morta. Ma è davvero egoismo quello che muove Joel nel corridoio dell’ospedale dove Marlene e i Fireflies stanno per sacrificare l’unica persona che è riuscito ad amare dopo la catastrofe? O è qualcosa di più profondo e terribile: l’amore che rifiuta ogni mediazione etica, che non accetta compromessi con la Storia e che sceglie il particolare contro l’universale anche sapendo di tradire tutto ciò che dovrebbe costituire il bene comune?
Quando Joel imbraccia il fucile e inizia a uccidere medici e soldati per raggiungere Ellie incosciente sul tavolo operatorio, non sta compiendo un atto di ribellione contro l’autorità dei Fireflies o un gesto di sfida contro il destino. Sta incarnando la filosofia più antica e pericolosa dell’Occidente: quella che pone l’amore per la persona concreta al di sopra dell’amore per l’umanità astratta. È la stessa logica che spinge Achille a lasciare morire i compagni pur di vendicare Patroclo, la stessa che convince Antigone a seppellire il fratello sfidando le leggi della città. Joel sa perfettamente cosa sta facendo quando preme il grilletto: sta scegliendo Ellie contro il mondo, l’amore paterno contro la responsabilità morale, il cuore contro la ragione. E lo fa con la lucidità spietata di chi ha già perso tutto una volta e non può permettersi di perdere ancora.
La genialità filosofica di Druckmann sta nell’aver costruito una situazione in cui non esistono scelte giuste, ma solo scelte necessarie. I Fireflies hanno ragione: Ellie deve morire perché dal suo cervello si possa estrarre il vaccino che salverà l’umanità. Ma anche Joel ha ragione: nessuno ha il diritto di decidere della vita di una quattordicenne senza il suo consenso, nemmeno per salvare la specie. Il conflitto non è tra bene e male, ma tra due concezioni inconciliabili del bene: quella utilitarista, che sacrifica l’individuo per la collettività, e quella personalista, che considera ogni vita umana come fine in sé e mai come mezzo. Marlene rappresenta la filosofia del “maggior bene per il maggior numero”, Joel quella del “bene assoluto della persona amata”. Entrambe sono eticamente fondate, entrambe sono umanamente comprensibili, ed è proprio per questo che la scelta di Joel diventa così devastante.
Ma c’è un livello più profondo nella decisione di Joel, un abisso filosofico che Druckmann esplora con la precisione di un chirurgo: l’amore come forma suprema di egoismo ontologico. Joel non salva Ellie perché è giusto salvarla, la salva perché non può esistere in un mondo dove lei non c’è. La sua scelta non nasce da un calcolo morale ma da una necessità esistenziale: Ellie è diventata il significato della sua vita, l’unica cosa che gli permette di sopportare un mondo che ha perso ogni senso. Quando la solleva dal tavolo operatorio e la porta via dall’ospedale, Joel non sta salvando una vita innocente: sta salvando se stesso dalla prospettiva di dover continuare a vivere in un mondo vuoto. È l’amore che si confessa come suprema forma di possesso, che rivela la sua natura intrinsecamente egoistica anche quando si maschera da sacrificio altruistico.
E poi c’è la menzogna. Nel finale del primo gioco, quando Ellie si sveglia e chiede cosa sia successo, Joel le racconta che i dottori non sono riusciti a creare il vaccino, che ci sono stati altri immuni come lei, che i Fireflies hanno smesso di cercare una cura. È una menzogna perfetta, costruita per proteggere Ellie dalla verità insopportabile: che il mondo è condannato perché qualcuno ha scelto lei contro tutti gli altri. Ma è anche la menzogna che rivela la natura profondamente paternalistica dell’amore di Joel: lui sa cosa è meglio per lei, lui decide cosa lei può sapere e cosa deve ignorare, lui si assume il peso della verità perché la considera troppo fragile per sopportarla. In questa menzogna finale si condensa tutta la filosofia implicita dell’azione di Joel: l’amore come controllo, la protezione come dominio, la cura come negazione dell’autonomia dell’altro.
Vent’anni dopo, in The Last of Us Part II, le conseguenze di quella scelta si materializzano nella forma più crudele possibile: Abby, figlia del neurochirurgo che Joel ha ucciso per salvare Ellie, lo trova e lo massacra sotto gli occhi della ragazza che aveva cercato di proteggere. La morte di Joel non è vendetta del destino o punizione divina: è la conseguenza logica e inevitabile di una scelta che ha generato altre scelte, di un dolore che ha prodotto altro dolore. Abby non uccide Joel perché è malvagia, lo uccide per la stessa ragione per cui Joel aveva ucciso suo padre: per amore. L’amore per un genitore perduto, per una famiglia distrutta, per un mondo che avrebbe potuto essere salvato se qualcuno non avesse scelto di condannarlo.
Ma è qui che la filosofia di Druckmann raggiunge la sua profondità più abissale: anche la morte di Joel, pur essendo conseguenza diretta delle sue azioni, non risolve il problema morale che aveva aperto. Abby ha ragione a vendicare suo padre, ma uccidendo Joel davanti a Ellie genera a sua volta una catena di vendette che devasterà altre vite innocenti. La violenza morale di Joel non viene “bilanciata” dalla violenza di Abby, ma semplicemente replicata, trasformata in nuovo dolore che cercherà nuova vendetta. È la dimostrazione più spietata che alcune scelte non possono essere riparate, che alcuni danni sono irreversibili, che l’amore quando si trasforma in azione può generare mostri anche nelle persone migliori.
Ellie, che in Part II scopre la verità sulla menzogna di Joel attraverso una registrazione lasciata da Marlene, si trova a dover fare i conti non solo con la morte dell’uomo che considerava un padre, ma con la rivelazione che quell’uomo aveva mentito sulla cosa più importante: il significato della sua esistenza. Per vent’anni Ellie aveva creduto di essere semplicemente una sopravvissuta fortunata in un mondo senza speranza, invece scopre di essere stata la speranza stessa di quel mondo, sacrificata sull’altare dell’amore egoistico di qualcun altro. Il suo dolore non è solo lutto, ma tradimento ontologico: la scoperta che la propria vita è stata costruita su una menzogna che ha condannato l’umanità.
La grandezza filosofica di The Last of Us sta nell’aver trasformato un videogioco post-apocalittico in una meditazione profonda sui limiti dell’amore umano. Joel Miller non è un eroe né un antieroe: è un uomo che ha amato troppo e male, che ha scambiato il possesso per la cura, il controllo per la protezione. La sua scelta nel finale del primo gioco non è imperdonabile perché è malvagia, ma perché è troppo umana: rivela quanto sia sottile il confine tra l’amore che salva e l’amore che distrugge, tra la dedizione che costruisce e l’ossessione che devasta. Nel mondo di Druckmann, l’amore non è redenzione ma responsabilità, non è sentimento ma azione, e ogni azione ha conseguenze che si propagano nel tempo come onde in uno stagno, toccando vite che non conosceremo mai e generando dolori che non potremo mai prevedere.
Quando Joel muore sotto i colpi di Abby, quando Ellie scopre la verità, quando la catena di vendette si moltiplica fino a diventare spirale infinita, capiamo che la vera tragedia di The Last of Us non è l’apocalisse zombie ma l’apocalisse morale: la scoperta che l’amore, quando rifiuta ogni mediazione etica, può diventare la forma più distruttiva dell’egoismo umano. Joel aveva salvato Ellie dall’ospedale, ma non l’aveva salvata dalle conseguenze della propria salvezza. E forse questa è la lezione più crudele che il videogioco possa insegnarci: che alcune scelte, anche quando nascono dall’amore più puro, non possono mai essere davvero giuste. Possono solo essere necessarie, umane, e per questo stesso motivo terribilmente imperdonabili.