C’è un momento in Syberia in cui Kate Walker capisce che non tornerà mai a New York. Non è una decisione improvvisa, non c’è una rivelazione folgorante. È semplicemente il punto in cui la donna che era partita da Manhattan con una valigetta ventiquattrore e un contratto da far firmare non esiste più. Al suo posto c’è qualcun altro: qualcuno che ha imparato a guardare il mondo attraverso occhi diversi, qualcuno che ha scoperto che la vita perfetta che aveva costruito era in realtà una prigione dorata. E quando Hans Voralberg, vecchio inventore ossessionato dai mammut, le offre di salire sul treno diretto a Syberia – quella terra leggendaria oltre le terre – Kate non esita. Sale. Perché ha capito che alcuni treni, una volta persi, non ripassano mai più.
Syberia (2002) e Syberia II (2004), ideati e disegnati da Benoît Sokal, raccontano una storia apparentemente semplice: un’avvocatessa viene inviata a Valadilène, villaggio francese sulle Alpi, per concludere l’acquisizione di una fabbrica di automi. Anna Voralberg, l’ultima proprietaria, è appena morta. Semplice questione burocratica: far firmare i documenti all’erede, chiudere la pratica, tornare a casa. Ma quando Kate scopre che l’erede è Hans – fratello di Anna che tutti credevano morto da decenni – e che è partito per un viaggio impossibile alla ricerca dei mammut in Syberia, tutto cambia. Per trovarlo, Kate deve attraversare un’Europa che non esiste sulle mappe: da Valadilène a Barrockstadt, da Aralbad a Komkolzgrad, fino alle steppe infinite e all’isola leggendaria. E ogni chilometro percorso su quel treno a vapore è un chilometro che la allontana non solo geograficamente da New York, ma esistenzialmente dalla persona che era.
La vera narrativa di Syberia non sta negli eventi – che pure sono affascinanti – ma nella trasformazione silenziosa di Kate Walker. All’inizio è l’archetipo della carrierista americana: efficiente, determinata, concentrata sul successo professionale. Ha un fidanzato, Dan, collega d’ufficio con cui ha pianificato il matrimonio perfetto. Ha un appartamento a Manhattan. Ha una vita che funziona come un meccanismo a orologeria. Ma quella vita, scopriamo presto, è vuota. Le telefonate con Dan sono fredde, burocratiche quanto i contratti che firma. Lui non capisce perché Kate si stia “perdendo tempo” con quella pratica assurda. La madre di Kate è ancora più incomprensiva: vuole solo che la figlia torni, si sposi, diventi normale. Olivia, la collega e “amica del cuore”, approfitta dell’assenza di Kate per sedurre Dan. E Kate, dall’altra parte dell’Europa, invece di disperarsi scopre di non provare dolore. Scopre che quella vita non le apparteneva davvero.
Hans Voralberg è il catalizzatore di questa trasformazione, ma non nel modo in cui ci si aspetterebbe. Non è un mentore saggio, non è un guru che dispensa lezioni di vita. È un vecchio malato, ossessionato da un sogno infantile che ha inseguito per tutta la vita a costo di essere rinnegato dalla famiglia. Da bambino, Hans aveva visto i mammut nelle grotte vicino a Valadilène. Nessuno gli aveva creduto. Lo avevano chiamato pazzo, idiot savant. Lui aveva costruito automi per tutta la vita – meraviglie meccaniche che sono insieme arte e ingegneria – ma il suo vero desiderio era solo uno: trovare di nuovo i mammut, raggiungere Syberia dove vivono liberi, toccarli ancora una volta prima di morire. È un sogno che al mondo moderno, pragmatico, efficiente, sembra ridicolo. Ma è l’unico sogno che Hans ha, ed è più reale di qualsiasi acquisizione aziendale.
Kate lo insegue attraverso città fantasma e fabbriche abbandonate. Ogni luogo che attraversa racconta una storia: Valadilène con la sua fabbrica Voralberg dove gli automi ancora lavorano decenni dopo essere stati creati; Barrockstadt con l’università dove Hans studiò e dove il rettore ancora custodisce gelosamente i suoi progetti; Aralbad, la città termale in rovina dove tutto parla di un’Europa che fu e non è più; Komkolzgrad, l’avamposto russo dove i cosacchi commemorano battaglie dimenticate e dove la burocrazia sovietica sopravvive come fantasma meccanico. Ogni tappa è un mondo completo, con personaggi che vivono sospesi tra passato e presente, tra memoria e oblio.
Ma è Oscar, l’automa che guida il treno, il vero compagno di viaggio di Kate. Oscar è una macchina: non pensa, non sente, esegue ordini scritti su tessere perforate. Eppure sviluppa con Kate un rapporto che è quasi amicizia. Quando Oscar si guasta, Kate lo ripara. Quando Kate ha bisogno di aiuto, Oscar la ascolta – anche se tecnicamente non può ascoltare. C’è qualcosa di profondamente poetico in questa relazione tra una donna che sta imparando a sentire e una macchina che non può farlo: Oscar rappresenta ciò che Kate era – un automa che esegue ordini senza questionare – e ciò che rischia di tornare a essere se lascia che il mondo la riporti indietro.
Il viaggio attraverso Syberia è costellato di telefonate. Dan che chiede quando torna. La madre che la implora di non rovinarsi la vita. Il capo dello studio legale che prima è paziente, poi irritato, infine furioso. Olivia che finge preoccupazione mentre ruba il fidanzato. Ogni telefonata è un tentativo di riportare Kate nella gabbia. E ogni volta Kate risponde con meno convinzione, fino a quando smette di rispondere del tutto. Perché sta scoprendo qualcosa che quella vita non le aveva mai permesso di vedere: che il mondo è più grande di Manhattan, che esistono sogni più importanti delle carriere, che a volte l’unica cosa sensata da fare è quella che tutti considerano follia.
Quando finalmente trova Hans – vecchio, malato, morente – Kate ha già fatto la sua scelta. Hans le offre di firmare i documenti e lasciarla tornare alla sua vita. Ma Kate guarda quell’uomo che ha sacrificato tutto per un sogno che nessuno capiva, guarda il treno a vapore che lo porterà verso Syberia, e capisce che se lascia partire quel treno lascia partire anche se stessa. Il contratto non ha più importanza. New York non ha più importanza. La vita perfettamente pianificata non ha più importanza. Ciò che importa è che per la prima volta nella sua esistenza, Kate ha davanti a sé qualcosa che desidera davvero, non qualcosa che le è stato detto di dovere desiderare.
Syberia II è il compimento di questa trasformazione. Kate e Hans attraversano le steppe infinite, affrontano il freddo, i predatori, i Youkol – popolazione nomade che segue i mammut. Il capo dello studio legale manda l’investigatore privato Nic Cantin per riportarla indietro. Ma Kate non torna. Combatte, resiste, continua. Hans muore prima di arrivare a Syberia – il suo cuore malato cede – ma Kate prosegue per lui. Riattiva il flauto dell’isola, richiama i mammut. E quando li vede – creature magnifiche, impossibili, vive contro ogni probabilità – capisce perché Hans ha dedicato la vita a questo momento. Perché alcuni sogni valgono tutto. Anche quando costano tutto.
La narrativa di Syberia è rivoluzionaria perché rifiuta l’archetipo dell’eroe vittorioso. Kate non “vince” nel senso convenzionale: perde il lavoro, perde il fidanzato, perde la vita che aveva. Ma guadagna qualcosa di più prezioso: guadagna se stessa. È una storia di sottrazione, non di addizione. Ogni cosa che abbandona la rende più libera, più vera. E alla fine, quando si trova su quell’isola leggendaria con i mammut che camminano nella neve, Kate Walker è finalmente diventata chi era sempre stata destinata a essere: non un’avvocatessa di successo, ma una cercatrice di meraviglie. Non qualcuno che esegue ordini, ma qualcuno che sceglie il proprio viaggio.
Sokal costruisce questa trasformazione senza mai essere didascalico. Non ci sono monologhi interiori prolissi, non ci sono scene in cui Kate spiega cosa prova. Tutto passa attraverso piccoli gesti: il tono sempre più distaccato nelle telefonate con Dan, lo sguardo sempre più lungo che Kate rivolge ai paesaggi dal finestrino del treno, il momento in cui smette di vestirsi da avvocatessa e inizia a vestirsi da esploratrice. La narrazione è visiva, ambientale, sottile. E proprio per questo incredibilmente potente.
I personaggi secondari arricchiscono questo viaggio con le loro storie di sogni interrotti. Helena Romanski, cantante lirica ritirata che vive nell’hotel Kronsky servita dall’automa James, rappresenta ciò che accade quando rinunci al sogno per convenienza. Felix, il barista di Aralbad che vive tra i fantasmi della città termale, mostra come il rimpianto possa diventare un luogo fisico in cui restare intrappolati. Il colonnello Emeliov a Komkolzgrad commemora battaglie che nessuno ricorda più, prigioniero di un’identità che non esiste più. Tutti loro sono specchi di ciò che Kate rischia di diventare se torna indietro.
Ma Syberia è anche una storia d’amore – non romantica, ma più profonda. L’amore tra Hans e i mammut, ossessione pura che attraversa una vita intera. L’amore tra Kate e il viaggio stesso, la scoperta che il percorso conta più della destinazione. L’amore per i sogni impossibili, per le geografie che non esistono sulle mappe, per quella parte di noi che il mondo adulto cerca di soffocare chiamandola infantile.
Quando il treno a vapore attraversa le steppe infinite con il suo carico di sogni e automi, quando i mammut finalmente appaiono all’orizzonte, quando Kate guarda indietro verso Manhattan e non sente nostalgia ma liberazione, Syberia compie la sua magia più grande: ci ricorda che a volte l’unico modo per trovare se stessi è perdersi completamente. Che la vita che abbiamo costruito potrebbe non essere la vita che vogliamo. Che esistono treni che partono verso terre leggendarie, e che salirci richiede solo una cosa: il coraggio di non tornare mai indietro.
Kate Walker sale su quel treno. E noi con lei. E quando guardiamo fuori dal finestrino, vediamo non solo le steppe che scorrono, ma tutte le vite che avremmo potuto vivere se avessimo avuto il suo coraggio. Tutte le Syberie che abbiamo lasciato inesplorate. Tutti i treni che abbiamo guardato partire senza salirci.
Il fischio del vapore risuona ancora. Il treno è ancora lì, alla stazione. La domanda che Syberia ci lascia non è se esiste davvero quella terra leggendaria oltre le terre. La domanda è: avremo il coraggio di salire?