Nel settembre 2024, mentre l’industria videoludica continuava a inseguire esperienze sempre più confortevoli e rassicuranti, Jason Willey sedeva davanti ai suoi synth e chitarre distorte per comporre qualcosa che nessuno voleva davvero ascoltare: il suono della fine del mondo. The Forever Winter non è un gioco sull’eroismo ma sulla sopravvivenza sotto l’ombra di macchine colossali che hanno trasformato la Terra in un tritacarne perpetuo. E la sua colonna sonora non cerca di consolarti: ti vuole spezzare, lentamente, nota dopo nota.
Willey arriva a questo progetto con un curriculum che attraversa l’intera storia recente della musica videoludica: otto anni in Riot Games a definire l’identità sonora di League of Legends, co-creatore della band virtuale Pentakill che conquistò le classifiche rock di Billboard, diplomato al Berklee College of Music in Film Scoring. Un compositore che ha lavorato su Guitar Hero, Transformers e decine di altri titoli per Activision. Quando Fun Dog Studios, lo studio indie formato da veterani di Horizon Zero Dawn, DOOM Eternal e Mass Effect, decide di costruire un tactical shooter che rifiuta la power fantasy per abbracciare l’impotenza totale, Willey non compone musica per videogiochi: architetta il suono del collasso permanente.
La colonna sonora di The Forever Winter si articola in cinquanta tracce che oscillano tra due poli apparentemente inconciliabili. Da una parte gli “ambient subterranean soundscapes”, paesaggi sonori sotterranei dove il silenzio è materia viva che respira, dove ogni drone sintetizzato è il gemito di una civiltà morente. Dall’altra le “heavy, dark, distorted compositions”, muri di chitarre elettriche che si schiantano contro percussioni industriali come pistoni di macchinari dimenticati. Ma qui sta il genio di Willey: questi due estremi non sono antitetici, sono facce della stessa medaglia. L’ambient non offre riposo ma tensione sospesa, la distorsione non dà sfogo ma claustrofobia amplificata. La musica non accompagna The Forever Winter: ne diventa l’anatomia psicologica.
Il mondo del gioco è costruito attorno a un concetto che tradisce già nel titolo la sua natura nichilista: “Forever Winter”, l’inverno che non finisce, il freddo come metafora di uno stato permanente di declino. Quarant’anni di guerra industriale tra due superpotenze militari hanno ridotto il pianeta a un campo di battaglia dove automi controllati da intelligenze artificiali, ibridi uomo-macchina e mech alti come grattacieli si contendono le ultime risorse. Il giocatore non è l’eroe destinato a salvare il mondo ma uno scavenger, un topo che si aggira tra le gambe di titani indifferenti, saccheggiando cadaveri per portare rifornimenti a una comunità che sopravvive nascosta. Ogni colpo sparato è un errore tattico perché attira l’attenzione di forze impossibili da sconfiggere. La vittoria non esiste: c’è solo il posticipare la morte di ventiquattr’ore.
In questo contesto, Willey costruisce una colonna sonora che rifiuta qualsiasi gesto consolatorio. Brani come “The Blackout” e “Lost Souls” non cercano di motivare il giocatore ma di immergerlo in uno stato di allerta permanente. La chitarra elettrica che Willey suona e distorce personalmente non è strumento di liberazione rock ma di oppressione industriale: suona come metallo che si piega sotto pressioni insostenibili, come cavi elettrici scoperti che scaricano corrente in ambienti allagati. Le composizioni ambient non sono mai meditative ma cariche di minaccia latente: drone che si addensano come nebbia tossica, bassi subsonici che vibrano nelle viscere prima di raggiungere le orecchie. La comunità dei giocatori descrive questo sound come un ibrido tra witch house, dark ambient, darkwave e industrial rock, ma è Willey stesso a portare nel mix la sua esperienza con il metal estremo e l’elettronica glitch, creando qualcosa che sta tra i Front Line Assembly, gli Abducted by Sharks e le colonne sonore per film post-apocalittici che non sono mai stati girati.
Il sistema di gioco dinamico di The Forever Winter — dove i nemici hanno propri obiettivi, combattono tra loro in battaglie su larga scala e reagiscono alle azioni del giocatore — trova nella musica di Willey il suo contrappunto perfetto. La colonna sonora non è suddivisa in temi per aree o personaggi ma in stati d’animo che si sovrappongono, si contraddicono, si annullano. Quando il giocatore entra in una zona dove due fazioni nemiche stanno già combattendosi, la musica non esplode immediatamente ma costruisce tensione attraverso strati di texture dissonanti: un arpeggio sintetizzato che gira su se stesso all’infinito, una percussione distante che potrebbe essere il battito di un cuore meccanico o il ticchettio di un timer verso l’esplosione. Solo quando la violenza esplode davvero, le chitarre distorte entrano come lame, ma anche allora Willey evita la catarsi: la risoluzione non arriva mai, ogni brano si interrompe prima di offrire pace.
C’è qualcosa di profondamente nichilista ma anche onesto in questo approccio compositivo. Willey, che ha passato anni a creare temi eroici per champion di League of Legends ascoltati da milioni di persone ogni mese, qui si concede il lusso di non dover piacere, di non dover motivare, di non dover vendere un sogno. The Forever Winter è un gioco che guarda dritto negli occhi il giocatore e gli dice: tu non sei speciale, tu non farai la differenza, tu sopravviverai se sarai veloce e intelligente oppure morirai lasciando dietro di te solo il tuo equipaggiamento che qualcun altro raccoglierà. E la musica di Willey rispetta questa brutalità rifiutando di addolcire la pillola. Ogni traccia suona come se fosse stata registrata dentro le turbine di uno di quei mech giganteschi, come se il mixer fosse stato sepolto sotto le macerie e dissotterrato dopo decenni di pioggia acida.
In un’industria che insegue l’accessibilità emozionale, dove anche i giochi più cupi offrono sempre una via d’uscita narrativa o musicale, The Forever Winter e la sua colonna sonora rappresentano un atto di resistenza culturale. Non c’è speranza qui, non c’è redenzione, non c’è il momento in cui la musica si solleva e ti fa sentire invincibile. C’è solo l’inverno che continua, il freddo che penetra nelle ossa, il suono di un mondo che ha smesso di fingere che tutto andrà bene. E in questo rifiuto di mentire, Willey costruisce una delle esperienze sonore più oneste e disturbanti degli ultimi anni: una colonna sonora che non vuole essere ascoltata ma vissuta, che non cerca di essere apprezzata ma di lasciare un segno permanente nella memoria di chi osa attraversarla.