A Plague Tale: Innocence (2019) e A Plague Tale: Requiem (2022), sviluppati dallo studio francese Asobo Studio sotto la direzione creativa di David Dedeine e Kevin Choteau, raccontano la storia di Amicia De Rune, quindicenne della nobiltà minore francese nel 1348 che in una notte perde tutto: famiglia sterminata dall’Inquisizione, casa bruciata, infanzia cancellata. Le resta solo Hugo, fratello di cinque anni malato di un morbo misterioso che non comprende. E la fionda. La maledetta fionda con cui dovrà spaccare crani per tenerlo in vita.
Amicia inizia il primo gioco come aristocratica protetta che non ha mai visto violenza. La sua educazione è stata libri, caccia controllata con il padre, una vita dove il male restava fuori dalle mura di casa. Quando i soldati massacrano i genitori e danno la caccia a Hugo per ordini dell’Inquisizione, Amicia scopre che il mondo non funziona secondo le regole che le hanno insegnato. La fionda – strumento di gioco infantile – diventa arma. Il primo uomo che uccide le vomita addosso l’anima. Il decimo è già routine. Asobo costruisce un personaggio dove ogni morte conta come perdita progressiva di innocenza, dove la violenza non è mai gratuita ma sempre necessaria e sempre dolorosa.
Hugo è il peso che Amicia porta letteralmente per mano attraverso la Francia devastata dalla peste. Ha cinque anni, non capisce perché la mamma non c’è più, perché i topi mangiano le persone, perché Amicia continua a uccidere. È contemporaneamente la ragione per cui Amicia continua a combattere e il promemoria costante di ciò che sta perdendo. Ogni volta che Hugo chiede “Perché quel soldato dorme?” dopo che Amicia gli ha fracassato il cranio con una pietra, qualcosa dentro di lei si spezza. La sorella maggiore deve essere forte, protettiva, deve mentire. “Sta solo dormendo, Hugo. Andiamo via.” Ma Hugo sa. I bambini sanno sempre.
Il rapporto tra i due fratelli è cuore pulsante di entrambi i giochi. Amicia non aveva mai passato tempo con Hugo prima della fuga – la malattia lo teneva isolato, il padre lo curava in segreto. Scopre il fratello mentre lo sta salvando, costruisce il legame mentre il mondo crolla. Hugo diventa contemporaneamente responsabilità che la schiaccia e unica cosa che le impedisce di arrendersi. Quando lui sta bene, ride, raccoglie fiori, Amicia respira. Quando la malattia avanza e Hugo perde controllo, risvegliando sciami di ratti che divorano interi villaggi, Amicia scopre che proteggere qualcuno significa a volte proteggerlo anche da se stesso.
La macula – il morbo che corrode Hugo – è metafora stratificata. Biologicamente è infezione nel sangue che attrae i ratti e concede potere telepatico sugli sciami. Narrativamente è trauma infantile che cresce fuori controllo, dolore che diventa distruttivo quando non elaborato. Hugo non vuole fare male a nessuno ma la sua sofferenza si manifesta come apocalisse. E Amicia deve decidere infinite volte se vale la pena sacrificare villaggi interi per salvare un bambino. La risposta è sempre sì, sempre con senso di colpa crescente.
In Requiem, Amicia è cambiata. Ha sedici anni ma sembra averne quaranta. Ha ucciso centinaia di persone. Ha visto amici morire. Ha guidato compagni attraverso inferni letterali. E sta esaurendo la capacità di fingere che tutto andrà bene. Il secondo gioco è studio clinico su sorella maggiore che si autodistrugge per tenere in piedi la finzione della speranza. Hugo peggiora, la malattia avanza, e Amicia continua a cercare cure inesistenti perché fermarsi significherebbe ammettere che forse suo fratello non può essere salvato. Forse non dovrebbe essere salvato.
Il finale di Requiem è brutale nella sua onestà. Hugo muore. Non per scelta di Amicia ma per scelta di Hugo stesso, che capisce di essere diventato minaccia esistenziale per l’umanità intera. Il bambino di sei anni trova il coraggio che la sorella non ha e chiede di essere lasciato andare. Amicia deve permetterglielo. Deve guardare Hugo dissolversi dopo due giochi passati a tenerlo in vita. E scoprire che a volte amare qualcuno significa accettare che non puoi salvarlo, che la tua volontà non basta, che esistono sofferenze più grandi della tua capacità di sopportarle.
Amicia De Rune non è eroina. È sorella maggiore che ha fatto del suo meglio in circostanze impossibili. Ha imparato a uccidere per proteggere, ha perso l’innocenza per preservare quella di Hugo, ha sacrificato la propria infanzia sull’altare della responsabilità familiare. E alla fine ha dovuto imparare la lezione più dura: che alcune battaglie non si vincono, che alcuni amati si perdono, che crescere significa a volte accettare sconfitte che ti spezzano. Asobo Studio ha costruito un personaggio che porta il peso della sorellanza come condanna e benedizione, dove ogni scelta è giusta e sbagliata insieme, dove l’amore non basta mai ma è l’unica cosa che conta. E quando Hugo se ne va, Amicia rimane con le mani vuote e il cuore pieno di morti altrui, scoprendo che la vera perdita di innocenza non è imparare a uccidere ma imparare a lasciar andare.