Sotto la corazza, solo dolore

William “B.J.” Blazkowicz: L’Uomo Spezzato che Scelse di Non Spezzarsi

Un padre violento, quattordici anni di coma, un mondo conquistato dai nazisti. Blazkowicz si risveglia scoprendo che l'umanità ha perso mentre dormiva. MachineGames costruisce il ritratto di un uomo che conta fino a quattro per non cedere al panico, che uccide il padre per chiudere la violenza ricevuta, che combatte sapendo di essere spezzato.
William B.J. Blazkowicz protagonista della trilogia Wolfenstein di MachineGames combatte i nazisti

William Joseph Blazkowicz nasce come protagonista di Wolfenstein 3D nel 1992, sparatutto pioneristico sviluppato da id Software che ha definito il genere. Ma è con la trilogia moderna di MachineGames – The Old Blood (2015), The New Order (2014) e The New Colossus (2017) – sotto la direzione creativa di Jens Matthies e Tommy Tordsson Björk, che il personaggio si trasforma in qualcosa di più profondo. Brian Bloom presta voce e corpo a questa incarnazione, costruendo un ritratto dove la violenza esterna nasconde una fragilità interna devastante. I nazisti lo chiamano Terror-Billy per la ferocia con cui combatte. I compagni lo chiamano semplicemente B.J., l’unico che continua a resistere in un mondo dove la resistenza sembra inutile.

Il Blazkowicz di MachineGames è costruito attorno a un vuoto centrale: quattordici anni di coma dopo il trauma cranico del 1946. Anya Oliwa lo accudisce ogni giorno in un ospedale psichiatrico polacco, gli parla, gli legge, lo tiene pulito. E Blazkowicz è lì dentro, cosciente ma imprigionato nel corpo immobile, che ascolta tutto senza poter rispondere. Questo trauma definisce ogni sua azione successiva. Il senso di colpa per essere stato assente mentre i nazisti conquistavano il mondo. La consapevolezza che ogni secondo in cui dormiva corrispondeva a vite spezzate, città bruciate, futuro cancellato. Si risveglia nel 1960 scoprendo che l’umanità ha perso. E riprende a combattere perché è l’unica cosa che sa fare, l’unica cosa che lo tiene intero.

Il padre è il fantasma che lo perseguita più di qualsiasi nemico. Rip Blazkowicz, razzista texano ossessionato dalla purezza, ha cresciuto William attraverso la violenza come pedagogia. Ha costretto il bambino a sparare al proprio cane per insegnargli a essere forte. Ha picchiato la moglie Zofia, ebrea polacca, davanti al figlio fino a quando non l’ha denunciata ai nazisti perché la portassero nei campi. Blazkowicz adulto impara che sua madre è morta a causa del padre. E il confronto finale tra i due è scena di violenza psicologica pura: Rip tiene il figlio sotto tiro, lo disprezza, gli dice che è sempre stato una delusione. E Blazkowicz – che ha affrontato eserciti interi – per un attimo torna bambino, sente la paura antica incisa nell’infanzia. Poi la spegne. “C’è stato un tempo in cui avevo paura di te. Sai cosa provo ora? Un bel niente.” E uccide il padre, chiudendo il cerchio della violenza ricevuta trasformandola in atto finale di liberazione.

La relazione con Anya è l’unico spazio dove può permettersi di non essere soldato. Lei lo ha visto al suo peggio: impotente, dipendente, incapace di controllare persino le funzioni basilari del corpo. E lo ha amato comunque. Non per quello che faceva ma per quello che era sotto la corazza di violenza necessaria. In The New Colossus, Anya è incinta di due gemelle. Blazkowicz sta morendo per le ferite accumulate ma continua a combattere perché vuole vedere nascere le figlie, vuole dargli un mondo dove possano esistere. La paternità imminente non lo rende prudente: lo rende più feroce, più disperato, più disposto a sacrificare se stesso perché qualcun altro possa vivere senza portare il suo stesso peso.

La voce interiore di Blazkowicz, che Brian Bloom interpreta con tono contemplativo e malinconico, contrasta violentemente con le sue azioni esterne. Mentre massacra soldati con ascia e fucile, mentre fa esplodere basi lunari, mentre guida rivoluzioni sanguinose, la sua voce interna è quella di un uomo esausto che si domanda se tutto questo abbia senso. Se la violenza perpetua può generare qualcosa oltre altra violenza. Se sta salvando il mondo o semplicemente prolungando l’agonia. Questa dicotomia – guerriero spietato fuori, filosofo stanco dentro – è il cuore del personaggio. Blazkowicz vorrebbe fermarsi ma sa che fermarsi significa arrendersi, e arrendersi significa validare l’idea del padre che il mondo appartiene ai forti che schiacciano i deboli.

In The Old Blood compare la tecnica del respiro che l’agente Wesley gli insegna prima di morire torturato: contare fino a quattro inspirando, trattenere, espirare. Blazkowicz la ripete come mantra durante tutta la fuga da Castel Wolfenstein armato solo di un tubo di ferro strappato dal muro. Quel respiro controllato diventa il metodo con cui gestisce il panico, la paura, il dolore. È il riconoscimento che anche lui – Terror-Billy, il soldato invincibile – ha bisogno di ancorarsi a qualcosa di umano per non perdere se stesso nella violenza che infligge. Conta fino a quattro e ricorda che è ancora vivo, ancora capace di sentire qualcosa oltre la rabbia.

Il corpo di Blazkowicz porta segni di ogni sconfitta: cicatrici, ferite mal rimarginate, ossa rotte più volte. È resistente ma non invincibile. Sente ogni colpo, ogni proiettile, ogni lama. E continua non perché sia immune al dolore ma perché ha imparato a conviverci. Il dolore fisico è quasi benvenuto: gli ricorda che è ancora umano. La scena più rivelatrice arriva nel processo davanti al tribunale nazista in The New Colossus. Blazkowicz è incatenato, ferito, circondato da nemici. La Frau Engel prepara la sua esecuzione pubblica. E lui non abbassa la testa. Non chiede pietà. Anche sapendo che morirà, mantiene lo sguardo fisso e il disprezzo evidente. Perché arrendersi significherebbe dare ragione al padre, accettare che la violenza vince sempre.

Blazkowicz è ebreo polacco-americano che combatte nazisti in un mondo dove l’Olocausto è riuscito. La sua identità etnica diventa centrale: non combatte per ideali astratti ma perché sua madre è morta nei campi, perché milioni come lei sono stati sterminati, perché il mondo nazista vuole cancellare la sua stessa esistenza. La lotta è personale prima che politica. Ed è questa personalità, questo dolore specifico e individuale, che lo tiene in piedi mentre tutto crolla.

Brian Bloom lo descrive come “ragazzo con cuore d’oro che si esprime fisicamente, ma la cui voce interiore è quieta, contemplativa, meno sicura di quanto sia costretto a mostrare”. Questa tensione tra quello che deve essere e quello che è definisce ogni momento. Blazkowicz vorrebbe essere l’eroe infallibile che tutti vedono. Ma sa di essere solo un uomo spezzato che ha scelto di non spezzarsi del tutto. E forse questa onestà brutale con se stesso, questa capacità di guardare il proprio dolore senza negarlo ma senza lasciare che lo fermi, è la cosa più eroica che possiede.

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