Esiste una dimensione del videogioco che troppo spesso rimane nell’ombra, nascosta dietro la magnificenza visiva dei motori grafici e l’architettura delle meccaniche di gioco. È quella dimensione immateriale eppure tangibilissima dove abita la voce: non quella originale, cristallizzata nella lingua madre dello sviluppo, ma quella tradotta, adattata, re-interpretata per attraversare confini culturali. In Italia, questa dimensione ha trovato in Alessandro Zurla uno dei suoi abitanti più versatili e significativi.
Nato a Bologna nel 1982 e formatosi all’Accademia 96, Zurla rappresenta quella generazione di doppiatori che ha assistito e partecipato alla transizione del videogioco da prodotto di nicchia a medium culturale mainstream. La sua carriera videoludica è un viaggio attraverso generi, epoche e sensibilità: dall’horror psicologico all’action cooperativo, dal fantasy epico alla fantascienza distopica. Ma è soprattutto un viaggio attraverso personaggi che, grazie alla sua interpretazione, hanno acquisito una risonanza emotiva specifica per il pubblico italiano.
Alan Wake rimane il suo ruolo più iconico nel panorama videoludico: lo scrittore tormentato di Remedy Entertainment, intrappolato in un incubo fatto di ombre viventi e pagine di manoscritto che riscrivono la realtà. Zurla ha dato voce non solo ai dialoghi del protagonista, ma anche alle pagine narrative disseminate nel gioco, quelle prose horror che il giocatore raccoglie negli scenari notturni di Bright Falls. È stata un’interpretazione che ha saputo catturare la progressiva discesa nella follia di Wake, il suo oscillare tra determinazione razionale e disperazione esistenziale.
La scelta di Remedy di non localizzare Alan Wake 2 in italiano rappresenta una di quelle perdite culturali che segnano l’industria contemporanea: Zurla non potrà dare voce all’evoluzione del personaggio, a quella versione ancora più frammentata e metacinematografica che il sequel propone. È il sintomo di un’industria che privilegia l’uniformità linguistica rispetto alla ricchezza delle interpretazioni locali, sacrificando risonanze culturali specifiche sull’altare dell’efficienza produttiva.
Ma la carriera videoludica di Zurla va ben oltre la Bright Falls di Alan Wake. In The Last of Us Part II, ha interpretato Owen, uno dei personaggi più complessi e moralmente ambigui del gioco di Naughty Dog: l’ex soldato WLF diviso tra fedeltà al gruppo, amore per Abby e crescente disillusione verso la violenza perpetua del mondo post-apocalittico. Owen è un personaggio che vive nell’impossibilità della redenzione, e Zurla ha saputo restituire quella stanchezza esistenziale, quella nostalgia per un mondo normale che non può più esistere.
La sua interpretazione di Tank Dempsey nella saga zombi di Call of Duty (da World at War a Black Ops III) mostra un registro completamente diverso: il marine americano sboccato e iperbolico, tutto muscoli e one-liner. Dempsey è un personaggio che gioca sull’eccesso, sull’esagerazione pulp del soldato action-hero degli anni ’80, e Zurla ha abbracciato questa dimensione camp con gusto e autoironia. È un lavoro che dimostra la sua versatilità vocale: dalla voce introspettiva e intellettuale di Wake a quella graffiata e aggressiva di Dempsey.
Nei panni di Stefano Valentini in The Evil Within 2, Zurla ha esplorato il lato oscuro dell’artista ossessionato: il fotografo serial killer che vede nella morte un’opera d’arte da immortalare. Valentini è un antagonista barocco, teatrale, che parla come un esteta decadente mentre orchestra omicidi elaborati. L’interpretazione di Zurla ne ha enfatizzato il narcisismo intellettuale, quella follia elegante che rende il personaggio memorabile oltre la semplice funzione di villain.
In Destiny 2, la voce di Zurla ha dato vita a Uldren Sov/Il Corvo, uno dei personaggi più controversi e narrativamente densi dell’universo Bungie. La trasformazione di Uldren da principe arrogante degli Awakened a Guardiano rinato senza memoria è una parabola di morte e rinascita che Zurla ha accompagnato attraverso diverse stagioni del gioco, restituendo la fragilità nascosta dietro l’arroganza, e poi la vulnerabilità dolorosa della seconda vita.
L’esperienza con Zelda: Tears of the Kingdom, dove ha doppiato Re Raul, lo ha portato invece in un territorio di nobile gravitas: il sovrano saggio e paterno di Hyrule, figura cardine della mitologia del regno. In un gioco dove la narrazione si intreccia con la leggenda e il mito, Zurla ha dato a Raul una presenza vocale che evoca tradizione e autorità morale, ancorando emotivamente il giocatore alla storia del regno.
Particolarmente interessante è il suo lavoro in giochi horror come House of Ashes (Eric King) e action-RPG come Horizon Zero Dawn (Nil), dove ha interpretato personaggi secondari ma psicologicamente complessi: King, il militare cinico e sopravvissuto, e Nil, il cacciatore ossessionato dalla morte che trasforma l’omicidio in filosofia di vita. Sono ruoli che potrebbero facilmente cadere nel cliché, ma che Zurla ha arricchito di sfumature che li rendono inquietanti e affascinanti.
La sua partecipazione a Mortal Kombat come Kung Lao e a Star Wars Battlefront come Gideon Hask dimostra la sua capacità di muoversi anche in territori più action-oriented, dove la voce deve competere con il caos sonoro del combattimento mantenendo personalità e riconoscibilità. E la sua interpretazione di Preston Garvey in Fallout 4, il leader dei Minutemen eternamente bisognoso di aiuto del giocatore, ha involontariamente contribuito a rendere il personaggio un meme nella comunità italiana, testimonianza di come il doppiaggio possa influenzare la ricezione culturale di un character.
Ciò che emerge dalla filmografia videoludica di Alessandro Zurla è una carriera costruita sulla versatilità e sull’intelligenza interpretativa. Non è un doppiatore che si limita a prestare la voce: studia i personaggi, ne comprende le traiettorie narrative, ne abita le psicologie. In un’industria dove il doppiaggio videoludico è ancora troppo spesso considerato un ripiego o un lavoro minore rispetto al cinema, Zurla rappresenta quella generazione di professionisti che ha elevato la pratica a forma d’arte autonoma.
Il suo lavoro ci ricorda che i videogiochi non sono solo sistemi meccanici o esperienze visive: sono anche spazi narrativi abitati da voci umane, da interpretazioni che attraversano lingue e culture portando con sé risonanze emotive specifiche. Quando parliamo di localizzazione, non parliamo solo di traduzione linguistica: parliamo di traduzione culturale, di come una voce italiana possa far vibrare corde diverse rispetto all’originale, creando connessioni emotive che appartengono specificamente al nostro contesto.
Alessandro Zurla è una di quelle voci che hanno accompagnato generazioni di giocatori italiani attraverso mondi impossibili, permettendo loro di abitare personaggi distanti e al tempo stesso intimamente vicini. In un’epoca dove l’industria tende a standardizzare e omogeneizzare, il suo lavoro è testimonianza del valore insostituibile delle interpretazioni locali, di quella dimensione artigianale del doppiaggio che rende ogni versione linguistica di un gioco un’opera culturale a sé stante.
La prossima volta che vi troverete a esplorare Bright Falls nelle tenebre, o a combattere nell’apocalisse zombi di Call of Duty, o a navigare le politiche intricate della Torre in Destiny, fermatevi un momento ad ascoltare: quella voce che vi accompagna, quella presenza immateriale che dà corpo ai pixel, è il frutto di un lavoro di interpretazione che merita di essere riconosciuto e celebrato.
Una risposta
È una persona veramente super anche nella vita. L’ ammiro molto per la sua versalita nel suo lavoro