Nel 2014 Double Fine Productions costruisce due universi speculari dove una giovane donna aspetta di essere divorata da un mostro e un giovane uomo soffoca dentro una nave spaziale che lo ha cresciuto come un bambino eterno. Non si conoscono. Non sanno dell’esistenza l’uno dell’altro. Eppure stanno risolvendo lo stesso enigma da direzioni opposte, e quando le loro strade si incrociano, la domanda che emerge non riguarda i mostri. Riguarda chi ha insegnato ai bambini ad accettarli.
Il mondo di Vella Tartine è un arcipelago di villaggi costruiti attorno a una cerimonia chiamata Banchetto delle Vergini. Una volta ogni tredici anni il mostro Mog Chothra discende dal cielo e le famiglie presentano le loro figlie più belle, adornate, raggianti. Non piangono. Ringraziano. Essere scelte è un onore: significa che il villaggio sarà risparmiato, che le case resteranno in piedi, che il raccolto crescerà. Vella non ci crede. Vella pensa che i mostri si possano uccidere, e questa convinzione la rende l’anomalia più pericolosa che il suo mondo abbia mai prodotto — non per Mog Chothra, ma per le persone che hanno costruito la loro intera identità sulla necessità del sacrificio. Il suo villaggio, Zucchero Filato, era un tempo abitato da guerrieri. Poi qualcuno ha deciso che era più semplice cuocere torte.
Dall’altra parte, Shay Volta vive a bordo della Bassinostra, una nave incubatrice costruita per portarlo verso un nuovo pianeta da colonizzare, dopo la distruzione di Loruna, il suo mondo d’origine. La nave è sorvegliata da due intelligenze artificiali che Shay chiama Mamma e Papà — di giorno la voce premurosa e inflessibile che lo sveglia, gli prepara la colazione e lo manda in missioni simulate, di notte quella più comprensiva ma sempre troppo occupata per stare davvero con lui. Quello che Shay non sa — o meglio, quello che ha smesso di sapere dopo anni di routine — è che dietro quelle voci non ci sono macchine: ci sono Hope e Ray Volta, i suoi genitori biologici, fisicamente a bordo della nave, che gli parlano attraverso i pannelli di controllo. Shay sapeva che erano persone, aveva anche la loro foto. Semplicemente aveva smesso, da tempo, di pensarci in quel modo. La prigione più efficace è quella che si dimentica di essere una prigione.
Tim Schafer e il suo studio costruiscono la cosmogonia di Broken Age su un paradosso semplice e devastante: due civiltà hanno risolto il problema dell’esistenza in modo identico, ma da angolature opposte. Il popolo di Vella offre i giovani al cielo per comprare la sopravvivenza collettiva. Hope e Ray Volta hanno costruito un universo controllato per comprare la sopravvivenza individuale del loro figlio. Entrambe le soluzioni funzionano. Entrambe proteggono, a modo loro. Entrambe richiedono che qualcuno smetta di crescere, di volere, di diventare.
La rivelazione che il gioco nasconde fino alla fine del primo atto ribalta tutto con eleganza crudele. Mog Chothra non è un mostro. È la Bassinostra stessa — che dall’esterno ha le sembianze di una creatura tentacolata e dall’interno simula lo spazio profondo per tenere Shay ignaro della realtà. Ogni missione in cui il ragazzo credeva di salvare creature indifese era in realtà il momento in cui i tentacoli della nave raccoglievano le vergini dai villaggi. Il ragazzo allevato con tutta la cura del mondo stava, senza saperlo, alimentando il rito che terrorizzava le comunità da generazioni. L’orrore non arriva dall’esterno. Arriva dalla somma di due innocenze: quella di chi non sapeva di far del male e quella di chi aveva smesso di chiedersi perché le ragazze sparivano.
L’Operazione Dente di Leone rivela la cosmogonia più profonda di tutto il gioco. Loruna non è un pianeta lontano: è un impero nascosto oltre la Barriera della Pestilenza, nello stesso mondo di Vella. Il Thrush, la razza dominante di Loruna, ha modificato il proprio patrimonio genetico per secoli nel tentativo di costruire una specie superiore, perdendo però nel processo i tratti necessari alla sopravvivenza. La soluzione è stata raccogliere materiale genetico dall’esterno — le vergini dei Banchetti — attraverso navi travestite da mostri sacri, pilotate da ragazzi cresciuti in isolamento, abbastanza sensibili da scegliere il materiale giusto ma abbastanza ignari da non rendersi conto di cosa stessero facendo. Marek, il clandestino a bordo della Bassinostra che si presenta a Shay travestito da lupo, è in realtà Marekai, un membro del Thrush, incaricato di guidare il ragazzo verso i banchetti. Alex, l’esploratore ibernato da trecento anni nel tempio del Dio Guercio, era il soggetto precedente dell’Operazione, rimasto bloccato quando la sua nave si era schiantata senza riuscire a completare la missione.
Il nome del gioco non è casuale. L’Età Spezzata non si riferisce solo ai due mondi separati dalla trama, ma a qualcosa di più preciso: un’epoca che si è rotta nel momento in cui qualcuno ha deciso che i bambini erano risorse. Vella vince non perché è più forte di Mog Chothra, ma perché è l’unica persona nel suo universo che non ha mai accettato la premessa. Non ha mai detto “così funziona il mondo”. Ha detto: e se non funzionasse così? È una domanda infantile nella forma. È la domanda più adulta che esista nella sostanza. Alla fine le due navi si sciolgono e formano un ponte tra il mondo esterno e Loruna — un ponte letterale, costruito con i resti di tutto ciò che aveva tenuto divise le persone.
Double Fine ha costruito un universo che si regge su un paradosso preciso: i mostri sono vittime, i salvatori sono carcerieri, e le gabbie più solide non sono quelle fatte di metallo ma quelle fatte di cura. Il rituale e la nave non sono opposti: sono la stessa cosa vista da due lati del pianeta. Uno dice alle ragazze che è un onore sparire. L’altro dice al ragazzo che è al sicuro, che il mondo là fuori non esiste, che non ha bisogno di niente che non sia già a bordo. Entrambi mentono con affetto. Entrambi funzionano finché qualcuno non si fa la domanda sbagliata.