David Rosen, morto a Los Angeles il 25 dicembre 2025 a novantacinque anni, non avrebbe dovuto fondare Sega. Era un ragazzo ebreo di Brooklyn, classe 1930, arruolato nell’Air Force durante la Guerra di Corea e spedito in Giappone quando aveva vent’anni. Avrebbe dovuto tornare a casa finito il servizio, trovare un lavoro stabile, sposarsi. Invece guarda le macerie del dopoguerra giapponese e decide di restare. Nel 1954 fonda la Rosen Enterprises vendendo arte giapponese al mercato americano, poi installa cabine fotografiche istantanee – le Photorama – che in un anno raggiungono cento postazioni. Ma nel 1957 qualcosa cambia: osserva i lavoratori giapponesi che finalmente possono permettersi qualche ora di svago dopo sei giorni e mezzo di lavoro settimanale, cerca dove spendono quei soldi, trova pachinko e bar ma non sale giochi. E Rosen ricorda Coney Island, i cabinati arcade della sua infanzia, il suono delle monetine ingoiate dalle macchine.
Importare le macchine coin-op dagli Stati Uniti costa il duecento per cento di dazi doganali. Non ha senso economico. Lo fa comunque. Le macchine – giochi di tiro, simulatori di caccia – funzionano immediatamente. Il ritorno dell’investimento arriva in meno di due mesi. Rosen apre sale giochi in ogni città importante, riempie un vuoto che il mercato dell’intrattenimento non sapeva nemmeno esistesse. Per due anni ha il monopolio assoluto. Poi arrivano i concorrenti: Taito e Service Games.
Service Games ha una storia sporca. Fondata nel 1945 da tre veterani americani – Irving Bromberg, suo figlio Martin Bromley, James Humpert – compra slot machine dall’esercito e le spedisce nelle basi militari. Il marchio Sega esiste già dal 1954, stampato sulle loro macchine riciclate. Ma nel 1960 l’azienda viene accusata di corruzione ed evasione fiscale, bandita dalle basi americane, si dissolve. Nel 1965 Rosen decide di fondersi con gli eredi giapponesi di Service Games. La negoziazione è pragmatica: la Rosen Enterprises fornisce “Enterprises”, Service Games fornisce “Sega”. Nasce la Sega Enterprises Ltd. Rosen diventa CEO e la prima cosa che fa è eliminare la produzione di slot machine per tagliare ogni legame con il passato illegale dell’azienda.
Nel 1966 Sega produce il suo primo gioco: Periscope. Non è un videogioco ma un simulatore elettromeccanico dove guardi attraverso un periscopio di sottomarino e spari “siluri” contro navi di cartone che scorrono. Sembra primitivo adesso, ma all’epoca è una rivoluzione spettacolare. Periscope diventa un successo globale e stabilisce il costo di venticinque centesimi per partita quando la norma sono dieci. Rosen capisce che un gioco più grande, più complesso, più spettacolare può giustificare un prezzo maggiore. L’industria intera lo segue.
Nel 1969 vende Sega al conglomerato Gulf+Western Industries per ottenere il capitale necessario alla crescita che non può permettersi da solo. Rimane presidente della divisione ma ora risponde a Charles Bluhdorn, l’industriale che possiede anche la Paramount Pictures. Sotto Gulf+Western, Sega espande ulteriormente. Nel 1978 acquista la Gremlin Industries a San Diego, stabilisce una presenza produttiva americana. Quando i videogiochi esplodono nel 1973 con Pong, Sega c’è già, pronta. Monaco GP, Zaxxon, successi arcade che definiscono gli anni d’oro delle sale giochi.
Poi nel 1983 Bluhdorn muore improvvisamente. Gulf+Western decide di vendere tutti gli asset manifatturieri. Rosen si muove velocemente: insieme a Hayao Nakayama mette insieme un gruppo d’acquisto guidato da Isao Okawa, fondatore del conglomerato CSK. Nel marzo 1984 comprano la Sega Enterprises. Okawa diventa chairman, Nakayama presidente delle operazioni giapponesi. Rosen fonda la Sega of America, ne diventa chairman, supervisiona tutte le operazioni americane e internazionali rimanendo direttore della Sega Japan. Non vuole tornare in Giappone full-time, ha già trasferito la famiglia a Los Angeles.
È durante questa fase che Sega diventa uno dei titani dell’industria videoludica. Il Genesis/Mega Drive negli Stati Uniti nel 1989, la campagna “Sega does what Nintendon’t” che sfida direttamente Nintendo. Rosen supervisiona la strategia dietro le quinte. Master System, Game Gear, Saturn. Ogni console passa attraverso le sue mani prima di raggiungere il mercato americano. Ma nel 1996, a sessantasei anni, si ritira da entrambe le divisioni. La salute sta peggiorando, vuole tornare definitivamente a Los Angeles. Lascia senza clamore, senza interviste lunghe, senza memoir. Semplicemente se ne va.
Yuzo Koshiro, compositore leggendario di Streets of Rage, scrive dopo la sua morte: “Sega mi ha guidato nel mondo dei videogiochi quando ero ancora studente. Senza la cultura che Sega ha costruito, né io né la mia compagnia Ancient saremmo arrivati fin qui.”
David Rosen non era un ingegnere, non era un game designer, non era un artista. Era un businessman con i ricordi d’infanzia di Coney Island e l’intuizione che i giapponesi avrebbero voluto la stessa gioia se qualcuno gliela avesse portata. Ha visto un’opportunità dove gli altri vedevano solo macerie post-belliche, ha costruito un impero da cabine fotografiche e macchine importate, ha trasformato Sega da marchio stampato su slot machine illegali a gigante globale del gaming, e poi si è ritirato lasciando che fossero gli altri a prendere i riflettori. Quando muore a Natale 2025 ha novantacinque anni e un’eredità che include Sonic, il Dreamcast, ogni sala giochi giapponese degli ultimi settant’anni. Non male per un aviatore di Brooklyn che doveva solo tornare a casa ma ha scelto di restare.
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