Nel giugno 2020, Naughty Dog pubblica The Last of Us Part II e scatena una delle divisioni più violente che la comunità videoludica ricordi. Ma al di là delle discussioni sul destino di Joel Miller, Neil Druckmann costruisce qualcosa di filosoficamente devastante: Ellie Williams, diciannove anni, che scopre attraverso una registrazione di Marlene che tutta la sua vita è stata una menzogna. Che il suo corpo avrebbe potuto salvare l’umanità dal Cordyceps ma qualcuno ha deciso per lei che non doveva. Che ogni giorno vissuto dopo l’ospedale dei Fireflies è un giorno rubato al mondo. Druckmann non ci racconta la vendetta di una figlia per un padre morto. Ci racconta la filosofia dell’identità tradita: cosa succede quando scopri che il significato della tua esistenza apparteneva a qualcun altro, e che qualcuno lo ha cancellato senza nemmeno dirti che stava scegliendo.
La filosofia occidentale ha sempre dibattuto il problema della proprietà del corpo: sono io che possiedo il mio corpo o il mio corpo è ciò che io sono? Ellie incarna il cortocircuito di questa domanda. La sua immunità al Cordyceps non è una caratteristica tra le altre: è il fatto ontologico che definisce la sua intera esistenza. Ma quando Joel uccide i Fireflies per impedire che la sacrifichino, non salva semplicemente una vita: espropria Ellie del suo corpo come significato pubblico. Le dice, attraverso quella scelta e poi attraverso la menzogna: il tuo corpo non appartiene all’umanità, appartiene a me. Io decido cosa farne, io scelgo se sacrificarlo o salvarlo. Il controllo che Joel esercita su Ellie non è quello violento del carnefice ma quello sottile del tutore: ti amo così tanto che decido io cosa è meglio per te, anche quando questo significa rubarti il diritto di scegliere il significato della tua stessa vita. Per anni aveva creduto che la sua immunità fosse solo una fortunata casualità biologica. Invece era stata il senso stesso di tutto: la possibilità del vaccino, la speranza dell’umanità, il motivo per cui aveva attraversato l’America con Joel. E qualcuno aveva deciso che lei non meritava di saperlo, che non era abbastanza adulta per scegliere, che il suo corpo doveva essere salvato contro la sua volontà.
Cosa eredita Ellie da Joel? Non solo i ricordi felici delle loro giornate a Jackson, le canzoni alla chitarra e i film polverosi. Eredita il debito morale più pesante che un essere umano possa trasmettere: il peso di una scelta compiuta nel tuo nome che ha condannato il mondo. Sartre scriveva che siamo responsabili dell’intera umanità attraverso le nostre scelte. Ellie scopre di essere responsabile dell’intera umanità attraverso la scelta di qualcun altro. Non ha scelto di vivere a quel prezzo, eppure ogni respiro che prende è pagato con la morte lenta del mondo. La loro ultima conversazione, la notte prima che Joel muoia, è un tentativo disperato di Ellie di dire “voglio provare a perdonarti” – ma non è perdono, è negoziazione. È il tentativo di trovare un modo per abitare il debito senza esserne schiacciata.
Quando Abby uccide Joel davanti agli occhi di Ellie, la ragazza inizia la caccia più brutale che il videogioco abbia mai mostrato. Ma non cerca giustizia per un torto subito, cerca significato per una vita che ha perso ogni direzione. Joel era l’unico testimone della sua espropriazione ontologica. Con la sua morte, Ellie perde l’unico che sapeva la verità e che l’aveva scelta contro il mondo. Uccidere Abby non serve a riportare Joel in vita o a riparare il torto morale che lui ha commesso. Serve a Ellie per non affrontare la domanda più terribile: cosa faccio ora della mia vita, sapendo che non avrei dovuto viverla? Ellie trasforma la sua impotenza in volontà di distruzione. Se non posso controllare il significato della mia vita, almeno posso controllare la morte di chi me lo ha tolto per vendetta. È la logica disperata di chi cerca un’azione che restituisca la capacità di decidere in un mondo dove ogni scelta importante è stata compiuta da altri. Ma più Ellie uccide per raggiungere Abby, più diventa simile a Joel: qualcuno disposto a sacrificare chiunque pur di salvare ciò che ama, o in questo caso, pur di vendicare ciò che ha perso. I corpi che lascia dietro di sé – i membri del WLF, Owen, Mel incinta – sono lo specchio della scia di morte che Joel aveva lasciato nell’ospedale dei Fireflies.
Nel finale, quando ha Abby in ginocchio nell’acqua, il coltello premuto contro la gola, e all’improvviso la lascia andare, molti giocatori hanno letto quel gesto come perdono. Ma non è perdono. È resa. Ellie capisce che uccidere Abby non le restituirà Joel, non cancellerà la menzogna, non ridarà significato al suo corpo rubato. Capisce che la vendetta è solo un’altra forma di controllo illusorio, un altro tentativo disperato di dare senso a qualcosa che non ne ha. Quando torna alla fattoria e trova Dina se n’è andata, quando tenta di suonare la chitarra e scopre che le dita mutilate non glielo permettono più, Ellie si trova di fronte al bilancio finale: ha perso tutto – Joel, Dina, la musica, il significato – e non ha guadagnato nulla. Non ha vendicato Joel perché Abby è viva. Non ha recuperato il controllo sul suo corpo perché il vaccino non esiste più. Non ha risolto il debito morale perché il mondo è ancora condannato e lei è ancora viva.
L’ultimo frame mostra Ellie che lascia la chitarra di Joel nella casa vuota e si allontana verso un futuro indefinito. Non è redenzione, non è catarsi, non è nemmeno accettazione. È semplicemente l’immagine di qualcuno che ha imparato ad abitare la rovina della propria identità. Ellie non può tornare indietro e scegliere di sacrificarsi per il vaccino – quel momento è stato rubato per sempre da Joel. Non può perdonare veramente perché il perdono richiede che il torto sia riparabile, ma questo torto è ontologico, permanente. Non può nemmeno odiare completamente Joel perché sa che lui l’ha amata, anche se nel modo più distruttivo possibile. Quello che resta è l’immagine di una ragazza che cammina via dalla casa vuota, con il corpo segnato dalla violenza, la mente piena di domande senza risposta, e la vita davanti come un campo minato di significati rubati. Ellie non è la vittima di Joel. È la conseguenza di Joel. E forse questa è la lezione più devastante: che l’amore può rubare l’identità con la stessa facilità con cui salva la vita, e che alcune proprietà – quella del proprio corpo, quella del significato della propria esistenza – una volta rubate non possono mai essere completamente recuperate. Rimane solo la possibilità di camminare in avanti, nell’incertezza, abitando una vita che qualcun altro ha scelto per te, cercando di costruire un significato nuovo sopra le rovine di quello che ti è stato tolto.