Nel dicembre 2020, CD Projekt RED pubblica Cyberpunk 2077 e il mondo videoludico si divide. C’è chi ci vede un capolavoro ambizioso stroncato dal lancio disastroso, chi un’opera incompiuta mascherata da tripla A. Ma al di là delle discussioni tecniche sui bug e le performance, i polacchi costruiscono qualcosa di indiscutibile: un personaggio che mente costantemente e lo fa così bene che la maggior parte dei giocatori non se ne accorge nemmeno. Johnny Silverhand, interpretato da Keanu Reeves con quel carisma sornione che sa di tabacco e rivoluzione posticcia, è il più grande manipolatore che il medium videoludico abbia mai prodotto. Non perché ti inganna apertamente – quello sarebbe banale – ma perché ti convince di essere dalla tua parte mentre riscrive la tua memoria, la tua identità, persino la tua percezione di cosa sia giusto. E quando arrivi ai titoli di coda, se non te ne sei accorto, lui ha manipolato anche te. Ha bucato la quarta parete senza che tu sentissi il coltello entrare.
Il gioco inizia e Johnny ti appare come fantasma digitale, engram caricato nel tuo cervello da quel chip maledetto che ti sta uccidendo. Rockerboy leggendario, ribelle anti-corporativo, terrorista o eroe a seconda di chi chiedi. Morto nel 2023 durante l’assalto alla Torre Arasaka, ora vive dentro la tua testa come compagno di viaggio involontario. Ti guida attraverso Night City con quella sicurezza di chi conosce ogni vicolo, ogni fixer, ogni segreto nascosto sotto le luci al neon. E tu ti fidi. Perché Johnny ti parla come un amico ruvido ma sincero, perché critica le corporazioni che hai imparato a odiare, perché sembra avere quella saggezza disillusa di chi ha già perso tutto e ora non ha più nulla da nascondere.
Ma Johnny mente. Mente sempre. E il genio della scrittura di CD Projekt RED è che non te lo dice mai esplicitamente. Nessun marcatore di quest che compare sullo schermo dicendo “Johnny ti ha mentito”. Nessun dialogo dove qualcuno ti guarda negli occhi e sussurra che non puoi fidarti di lui. Devi accorgertene da solo, mettendo insieme i pezzi che il gioco lascia cadere con noncuranza nelle conversazioni laterali, nei ricordi che non combaciano, nelle reazioni degli altri personaggi quando Johnny racconta la sua versione della storia.
Prendi il ricordo dell’assalto ad Arasaka. Johnny te lo mostra come memoria personale, te lo fa vivere in prima persona. Sei lì, con lui, mentre pianifica l’attacco che dovrebbe cambiare tutto. Rogue è la netrunner fredda e professionale, Spider Murphy la complice fidata, Alt Cunningham l’amore perduto da salvare. Johnny è il leader carismatico, quello che tiene insieme il gruppo con la forza della sua visione. L’assalto è epico, disperato, romantico. Lui che cammina nella Torre con la pistola in mano e la rivoluzione nel cuore. La bomba nucleare che esplode. Il sacrificio finale.
Poi parli con Rogue. E Rogue – quella vera, quella vecchia che è sopravvissuta a cinquant’anni di Night City e ha imparato che le bugie si sgretolano col tempo – ti guarda con una stanchezza che sa di verità sepolte. Dice che le cose non sono andate così. Che Johnny non era il leader ma l’idiota impulsivo che voleva fare il grande gesto. Che l’assalto non era per Alt ma per il suo ego, per quel bisogno patologico di essere ricordato come il rockerboy che ha fatto esplodere una corporazione. Dice che lui ha rovinato tutto, che per colpa sua sono morti in tanti, che Alt è finita intrappolata oltre il Blackwall non perché Arasaka l’ha catturata ma perché Johnny ha premuto il grilletto troppo in fretta.
E quando torni da Johnny con queste informazioni, lui non nega. Non si arrabbia. Semplicemente rimodula la narrazione. Ammette che forse ricorda male, che forse i suoi ricordi sono “corrotti” – comoda quella parola, corrotti, come se fosse colpa del chip e non sua. Ma nel modo in cui lo dice, nell’inflessione della voce, capisci che non è corruzione. È revisione. Johnny ha riscritto i suoi ricordi talmente tante volte che ora crede alla sua versione. O forse no. Forse sa benissimo di mentire ma ha imparato che se racconti una bugia con sufficiente convinzione, gli altri smettono di contestarla.
Kerry Eurodyne – il chitarrista dei Samurai, l’amico di una vita – lo tratta con un misto di affetto e disprezzo. Lo chiama per nome, lo prende in giro, ma c’è sempre quel tono. Quella consapevolezza di chi ha passato troppi anni accanto a qualcuno per credere ancora alle sue storie. Quando parli con Kerry della band, dei vecchi tempi, lui non glorifica Johnny. Dice che era un egoista, che voleva sempre essere al centro dell’attenzione, che quando i Samurai si sono sciolti è stato quasi un sollievo. Dice che Johnny faceva finta che la band fosse una rivoluzione ma in realtà era solo il suo palcoscenico personale. Le canzoni erano messaggi politici finché servivano a vendersi come ribelle, poi erano solo canzoni.
E tu, V, sei lì in mezzo. Con questo fantasma che ti divora la mente cellula dopo cellula, che riscrive i tuoi ricordi con i suoi, che ti convince che le sue priorità sono anche le tue. Johnny ti parla come se foste alleati nella stessa lotta, ma non è vero. Lui ha un’agenda. Vuole finire quello che ha iniziato cinquant’anni fa. Vuole la sua vendetta contro Arasaka, il suo momento di gloria, la sua redenzione postuma. E tu sei solo lo strumento. Il corpo che userà per camminare ancora una volta dentro quella Torre.
La manipolazione di Johnny è sottile perché lavora su tre livelli contemporaneamente. Il primo è narrativo: controlla come ricordi gli eventi, quali versioni delle storie accetti come vere. Il secondo è emotivo: costruisce un rapporto di complicità con te, diventa l’amico cinico ma fidato che ti guarda le spalle mentre tutti gli altri a Night City vogliono solo usarti. Il terzo – e questo è il più pericoloso – è esistenziale. Johnny ti convince che la tua identità sta scomparendo non per colpa sua ma per colpa del chip, che siete vittime insieme di Arasaka e del destino. Ma la verità è che Johnny è il chip. Lui è il virus. Sta letteralmente sovrascrivendo chi sei con chi era lui, e mentre lo fa ti tiene la mano e ti dice che state morendo insieme.
Il momento più brillante arriva verso la fine, quando devi decidere come affrontare Arasaka per l’ultima volta. Johnny ti offre un’opzione: lascia che prenda il controllo del corpo, lascia che sia lui ad andare alla Torre. E se hai costruito abbastanza fiducia con lui, se lo hai ascoltato per tutto il gioco, se hai accettato le sue versioni degli eventi e hai fatto sue le sue vendette… lo fai. Gli dai il controllo. E Johnny, con il tuo corpo, torna alla Torre. Compie l’assalto che non è mai riuscito a completare cinquant’anni fa. Ha la sua redenzione, il suo momento eroico.
E poi, se hai scelto quella strada, arriva il finale dove Johnny può decidere cosa fare: restare nel tuo corpo o lasciarti tornare. E qui il gioco ti chiede di fidarti ancora una volta. Di credere che questo bugiardo seriale, questo manipolatore che ha riscritto la storia per cinquant’anni, farà la cosa giusta. Alcuni giocatori ci credono. Pensano che Johnny sia cambiato, che il viaggio con V lo abbia redento. Altri capiscono che un bugiardo non smette mai di mentire, cambia solo il pubblico e il palcoscenico.
Ma la vera genialità è un’altra. È che Johnny manipola anche te, il giocatore. Non V. Te. Quello seduto davanti allo schermo con il controller in mano. Perché per tutto il gioco, Johnny è l’unica voce costante. È lui che commenta le tue scelte nelle quest secondarie, lui che appare quando sei solo, lui che ti fa compagnia nelle pause tra una missione e l’altra. È interpretato da Keanu Reeves, icona culturale che porta con sé decenni di ruoli carismatici. Il gioco sa che hai una predisposizione a fidarti di quella voce, di quel volto. Sa che se Johnny ti dice che Arasaka è il male assoluto, tu gli credi senza chiedere prove. Sa che se Johnny riscrive un ricordo, tu accetti la sua versione perché non hai altre fonti.
E quando arrivi ai titoli di coda senza esserti accorto che Johnny ha mentito per settanta ore di gioco, quando hai fatto le sue scelte credendo fossero le tue, quando hai combattuto le sue battaglie pensando che fossero giuste… ecco, quello è il momento in cui capisci. O non capisci. Molti non lo capiscono mai. Escono dal gioco convinti che Johnny Silverhand fosse un eroe tragico, un ribelle incompreso, un uomo che ha fatto errori ma in fondo aveva il cuore nel posto giusto.
E forse è proprio quello il punto. Forse Johnny non è un bugiardo nonostante il gioco: è un bugiardo che il gioco stesso protegge, ammira, lascia vincere. CD Projekt RED ha creato un personaggio che mente costantemente e poi ha costruito un sistema narrativo che premia chi gli crede, che rende più difficili i finali per chi si oppone a lui, che ti fa sentire come se stessi sbagliando ogni volta che metti in discussione la sua versione degli eventi.
Non è manipolazione del personaggio. È manipolazione del medium. Johnny Silverhand è il bugiardo che ha ingannato il videogiocatore perché il videogiocatore si aspetta che il co-protagonista sia affidabile, che l’NPC che ti accompagna per tutto il gioco sia lì per aiutarti. Johnny sa che se parla abbastanza, se appare abbastanza, se costruisce abbastanza intimità, alla fine gli crederai. Non per fede ma per stanchezza. Per abitudine. Perché è più facile fidarsi della voce nella tua testa che ammettere di essere stato manipolato per settanta ore.
E quando finalmente lo capisci – se lo capisci – è troppo tardi. Hai già fatto le sue scelte. Hai già combattuto le sue guerre. Sei già diventato lui, un pezzo alla volta, senza accorgertene. Johnny Silverhand non ha solo mentito a V. Ha mentito a te. Ha bucato la quarta parete non con un occhiolino ironico ma con una manipolazione silenziosa, costante, perfetta. Ti ha guardato negli occhi per tutto il gioco e tu non hai visto il coltello. L’hai sentito solo quando ormai era già dentro, quando i tuoi ricordi erano già i suoi ricordi, quando le tue scelte erano già le sue scelte.
È il bugiardo perfetto. Quello che ti fa credere di aver scelto liberamente mentre ti guidava verso l’unica conclusione che ha mai voluto. Quello che riscrive la storia e poi ti convince che quella era sempre stata la verità. Quello che muore da cinquant’anni ma non smette mai di vincere.
E tu? Tu hai capito? O anche tu sei stato manipolato senza accorgertene, come tutti gli altri che hanno attraversato Night City credendo di essere V ma portando addosso il fantasma di Johnny, quel rockerboy bugiardo che non ha mai smesso di suonare la stessa canzone, di raccontare la stessa storia, di mentire con la stessa convinzione assoluta?
Forse è ora di fare una seconda run. Questa volta senza fidarti di quella voce nella tua testa. Questa volta guardando Johnny non come alleato ma come quello che è sempre stato: un bugiardo così bravo che ha convinto anche te di essere sincero.