C’è una brutalità onesta in Remnant 2 che disarma. Mentre molti titoli del 2023 si nascondevano dietro promesse grandiose, questo sequel di Gunfire Games si presenta come quello che è: un souls-like con le pistole che non cerca di rivoluzionare nulla, ma piuttosto di perfezionare una formula che già funzionava. Le critiche non sono mancate: “meccaniche frustranti, grafica datata, mancanza di una storia coinvolgente”, eppure dietro queste lacune apparenti si cela qualcosa di più profondo. Il gioco seduce proprio per la sua capacità di trasformare l’apocalisse in routine quotidiana, di rendere familiare l’orrore cosmico, di fare dell’entropia un linguaggio comprensibile. C’è chi l’ha definito “il souls-like migliore e più pigro di sempre”, e forse è proprio questa pigrizia apparente a renderlo interessante: invece di inventare nuove meccaniche, Gunfire Games ha scelto di approfondire quelle esistenti, trasformandole in metafore dell’esistenza umana.
Al cuore della lore di Remnant 2 pulsa la Root, un’entità cosmica che rappresenta molto più di un semplice antagonista videoludico. È l’incarnazione dell’entropia universale, quella forza che trasforma ordine in caos, vita in non-vita, speranza in disperazione. La Root non distrugge per malvagità, ma per natura: è l’indifferenza dell’universo resa tangibile, l’assurdo esistenzialista che permea ogni dimensione. Questa corruzione primordiale riflette le nostre paure più ancestrali – la malattia che consuma, l’oblio che cancella, il tempo che logora ogni cosa. In essa riconosciamo tutti quei processi che minacciano l’integrità del nostro essere nel mondo.
La cosmologia del gioco ruota attorno a Ward 13, ultimo bastione dell’umanità che emerge come simbolo della nostra irriducibile volontà di creare significato dal caos. Non è solo una base operativa, ma l’archetipo stesso della comunità umana: un luogo dove la memoria viene preservata attraverso i racconti di Mudtooth, dove i legami sociali resistono nell’economia di McCabe, dove la fede nel progresso sopravvive nella ricerca di Wallace. Ogni personaggio incarna una diversa risposta alla crisi esistenziale, una filosofia di sopravvivenza che va oltre la mera conservazione biologica.
I mondi che il Viaggiatore attraversa sono manifestazioni della psiche collettiva di fronte all’apocalisse. Losomn rivela la natura teatrale della società vittoriana, dove l’eleganza delle forme nasconde orrori repressi. La sua nebbia perenne non è elemento atmosferico ma metafora della confusione che accompagna ogni forma di negazione: i suoi abitanti vivono intrappolati in una rappresentazione perpetua, incapaci di affrontare la verità della loro condizione. È il mondo della repressione psicologica, dove il decoro sociale diventa gabbia esistenziale.
Yaesha presenta invece il dialogo tragico tra saggezza ancestrale e modernità distruttiva. I Pan, creature che fondono umano e animale, incarnano quella parte di noi che la civiltà ha rimosso ma che Jung identificava come essenziale per l’integrità psichica: l’ombra. Il conflitto tra il Ravager e la Red Doe trascende la mitologia per diventare rappresentazione del dilemma eterno tra istinto distruttivo e compassione creatrice. Qui si combatte per preservare un modo di essere nel mondo che rischia di scomparire sotto l’avanzata della tecnica.
N’Erud esplora i confini della coscienza stessa. Questo mondo cristallino, dominato da intelligenze artificiali, pone domande radicali sull’identità: cosa significa essere “vivi” quando i confini tra organico e sintetico si dissolvono? Gli N’Eruditi hanno trasceso la biologia per abbracciare un’esistenza puramente intellettuale, rappresentando sia l’apice dell’evoluzione che il suo possibile fallimento. La loro società perfetta porta il peso della malinconia: hanno scelto l’immortalità sterile sulla mortalità che conferisce significato all’esistenza.
Il Labirinto occupa una posizione unica: non è mondo ma dimensione liminale, specchio dell’inconscio collettivo dove la logica spaziale cede il passo a quella simbolica. Le sue strutture mutevoli evocano l’architettura dei sogni, popolate da entità che sfuggono alle categorie morali tradizionali. Qui il Viaggiatore compie un vero passaggio iniziatico, integrando gli aspetti più profondi della psiche per trasformarsi da sopravvissuto in autentico esploratore dell’essere.
Root Earth rappresenta il confronto finale con l’apocalisse personale. Non solo Terra corrotta, ma manifestazione delle nostre paure più profonde riguardo al futuro della specie. Ogni angolo racconta il fallimento di una civiltà nell’preservare ciò che aveva di prezioso, eppure è anche luogo di possibile redenzione. Qui la battaglia non è solo contro nemici esterni, ma contro la propria ombra, contro la tentazione di arrendersi all’assurdo.
Il protagonista stesso sfugge ai canoni dell’eroe tradizionale. Il Viaggiatore non ha destino predeterminato o passato glorioso da reclamare: è individuo gettato in situazione assurda che deve creare significato attraverso le scelte. Questa caratterizzazione riflette l’esistenzialismo sartriano: siamo “condannati a essere liberi”, costretti a dare senso alla nostra esistenza in universo che non lo fornisce automaticamente. Ogni classe sbloccata diventa filosofia di vita: il Medico incarna l’altruismo, il Cacciatore la necessità di prospettiva, l’Arcano la fede nel trascendente.
La generazione procedurale dei mondi non è solo meccanica ludica ma riflessione sulla natura stessa della realtà. Ogni playthrough diventa vita alternativa, diversa possibilità esistenziale esplorata. Questa struttura suggerisce che forse non esiste verità unica da scoprire, ma infinite verità da vivere. La Root stessa potrebbe essere interpretata non come male assoluto, ma come rappresentazione dell’entropia necessaria che rende possibile cambiamento ed evoluzione.
Remnant 2 non offre soluzioni facili. La Root non può essere definitivamente sconfitta, solo temporaneamente contenuta. I mondi rimangono segnati, il Viaggiatore stesso “contaminato” dall’aver visto l’abisso. Ma è proprio in questa mancanza di risoluzione che risiede la forza narrativa dell’opera. Il significato non si trova nella vittoria finale, ma nell’atto stesso della resistenza. Come Sisifo con il suo masso eterno, il Viaggiatore trova realizzazione non in mete definitive ma nel continuare a lottare, esplorare, cercare connessioni umane nell’assurdità cosmica. Nel multiverso infinito delle possibilità, ogni scelta diventa atto di creazione, ogni resistenza frammento di eternità strappato al caos.