Quando Asha Sharma ha preso il posto di Phil Spencer alla guida della divisione videogiochi di Microsoft, all’inizio del 2026, la situazione era chiara a tutti: Xbox vendeva meno di PlayStation 5, la community era insoddisfatta, i prezzi continuavano a salire e il nome stesso della divisione — Microsoft Gaming, adottato pochi anni prima per abbracciare cloud, mobile e abbonamenti — suonava freddo, aziendale, lontano da chi i giochi li gioca davvero. Sharma ha cominciato da lì. In un manifesto interno indirizzato ai dipendenti, scritto insieme al responsabile dei contenuti Matt Booty e rapidamente reso pubblico, ha dichiarato: “Microsoft Gaming descrive la nostra struttura, ma non le nostre ambizioni. Siamo Xbox.” Da quel momento il nome Microsoft Gaming è scomparso, sostituito da un’identità più semplice e più pesante da portare. Il nuovo logo riporta il verde storico del brand — più brillante, glossy, deliberatamente connesso alla memoria visiva dei momenti migliori di Xbox — e i dipendenti riceveranno nei prossimi mesi indirizzi email con dominio @xbox.com come metodo predefinito, una scelta simbolica ma precisa: anche Mojang avrà il suo @mojang.com, per dare a ogni studio un’identità riconoscibile dentro e fuori l’azienda.
Nel manifesto, Sharma ha messo per iscritto quattro priorità: hardware, contenuti, esperienza e servizi. Ha riconosciuto apertamente che i giocatori sono frustrati — prezzi difficili da sostenere, presenza su PC non abbastanza incisiva, aggiornamenti delle console diventati più rari — e ha promesso una fase di autocritica che non ha precedenti nei toni della comunicazione Xbox. La parte più interessante, però, è quella che riguarda il rischio. Sharma ha detto esplicitamente che Xbox tornerà a supportare gli studi interni con la disponibilità a correre rischi creativi, e che i videogiochi restano arte creata da esseri umani — una posizione netta in un’azienda che spinge l’intelligenza artificiale in ogni divisione. Satya Nadella, il CEO di Microsoft, ha rinforzato il messaggio in un incontro interno: “Il software porta sempre dei rischi, ma questo tipo di software ha un enorme rischio creativo. È qualcosa di molto diverso. Eppure dobbiamo essere i migliori nel farlo.” Non erano parole destinate alla stampa, ma sono circolate. Il senso era chiaro: Xbox deve tornare a sorprendere, non solo a ottimizzare.
Il centro hardware di questa nuova fase si chiama Project Helix. Il 5 marzo 2026, l’account ufficiale Xbox ha pubblicato un video con un logo a spirale — un’elica, appunto — e la dicitura: “The next generation of Xbox console: Project Helix.” La conferma è arrivata da Sharma nello stesso giorno. La nuova console, costruita su processore AMD personalizzato ottimizzato per la prossima generazione di DirectX, girerà in modo nativo sia giochi Xbox sia giochi pensati per PC, senza emulazione. Alla GDC di marzo Jason Ronald ha dettagliato l’architettura: ray tracing potenziato, FSR Diamond con apprendimento automatico integrato, compressione neurale delle texture. I kit di sviluppo in versione alfa arriveranno agli studi nel 2027. Prezzo, data di lancio e nome definitivo non sono ancora stati comunicati — Helix è un nome in codice, come lo era Scorpio per Xbox One X. Il 7 maggio Microsoft tiene il suo Game Dev Update Primavera, il 7 giugno arriva l’Xbox Games Showcase con una presentazione dedicata a Gears of War: E-Day. Entrambi gli appuntamenti potrebbero portare qualcosa di più concreto.
Nel frattempo maggio è un mese con uscite concrete. Il 7 arriva Mixtape, avventura narrativa su tre amici nell’ultima notte insieme, con una colonna sonora che include Joy Division, The Cure e Iggy Pop — al debutto su Game Pass. Il 12 maggio tocca a Directive 8020, il nuovo horror di Supermassive Games, gli autori di Until Dawn, ambientato su una nave spaziale alla deriva. Il 19 maggio è il turno di Forza Horizon 6 di Playground Games, disponibile dal primo giorno su Game Pass, ambientato in Giappone con oltre 550 auto. Il 27 maggio chiude 007 First Light di IO Interactive — gli autori della trilogia Hitman — con un James Bond completamente inedito, non legato ad alcun volto cinematografico, alle prime ore dentro l’MI6.
Sharma ha ereditato un brand che aveva perso il filo. Lo sta riprendendo dall’inizio, dal nome. La domanda che rimane aperta è la stessa che accompagna ogni reset di questo tipo: quanto durano le promesse fatte nei manifesti interni, quando arriva il momento di decidere davvero cosa tagliare e cosa rischiare?