Il vuoto che ti fa crescere

Donut County: il buco che non è mai solo un buco

Ben Esposito ha impiegato sei anni per costruire un buco. Non una metafora: un buco vero, che inghiotte tutto e cresce. Donut County sembra un gioco stupido finché non ti accorgi di stare demolendo una comunità con entusiasmo — esattamente come facciamo ogni giorno con uno smartphone in mano.
Screenshot di Donut County di Ben Esposito: un buco nel terreno inghiotte oggetti colorati in un paesaggio piatto e saturo, sviluppato da Annapurna Interactive nel 2018

Ben Esposito ha passato sei anni a convincere il mondo che un gioco su un buco nella terra valesse il suo tempo. Non è un’iperbole: il progetto nasce nel 2012 da una game jam ispirata ai tweet surreali di un account parodia di Peter Molyneux, viene ribattezzato tre volte, attraversa prototipi ambientati in territori nativi americani poi abbandonati per ragioni di rappresentazione culturale, e approda nel 2018 su Steam, iOS e PlayStation grazie ad Annapurna Interactive come Donut County. Esposito ha costruito tutta la struttura da solo, da quando era level designer su The Unfinished Swan, da quando aveva imparato a leggere il design di quegli studi — Giant Sparrow, il team di What Remains of Edith Finch — dove la meccanica non è mai decorazione ma racconto incarnato. Ha portato quella lezione in un progetto che sembrava sciocco e che non lo era affatto.

Il gioco consegna al giocatore il controllo di un buco nel suolo. Il buco cresce ogni volta che inghiotte qualcosa di più piccolo di sé, e la logica è quella della progressione dimensionale: inizi dalle cipolle e dai sassolini, finisci per assorbire roulotte, alberi, case intere. BK, il procione protagonista, pilota questo buco tramite un’app per smartphone nell’atto sistematico di distruggere la comunità che abita con lui Donut County, in cambio di premi idioti offerti da un’intelligenza artificiale. Quando cade nel suo stesso buco e si ritrova a novantanove metri sotto terra con tutte le persone che ha ingollato, la narrazione si apre come una serie di interrogatori-flashback: ogni personaggio racconta cosa è successo prima che il buco arrivasse sotto casa sua.

Quello che Esposito costruisce attorno a questa meccanica è un sistema di significazione che funziona su più livelli contemporaneamente, e la cosa notevole è che nessun livello si sovrappone agli altri in modo forzato. La fisica del buco parla da sola: il vuoto cresce ingoiando, e la crescita è l’unica misura del suo stato. Non c’è altro parametro, nessuna salute, nessun punteggio visibile, solo la dimensione dell’apertura che si espande. Il gioco trasforma il consumo in azione neutra, anzi in azione meccanicamente soddisfacente, perché la sensazione di inghiottire oggetti sempre più grandi produce il tipo di piacere progressivo che il design ha codificato come feedback positivo. Stai distruggendo. Ti senti bene. Il codice non distingue tra i due fatti.

Esposito ha dichiarato in più interviste che la storia finale del gioco è una reazione diretta all’internet del 2016 e 2017: ideologie stupide che si diffondono senza meccanismi di controllo, comunità che vengono svuotate da agenti che non capiscono cosa stanno demolendo. BK non è malvagio, è semplicemente incurante — convinto che l’app gli prometta qualcosa di reale, troppo distratto dalle notifiche per accorgersi di cosa stanno diventando le sue azioni. Il procione è il prototipo dell’utente che trasforma la piattaforma nel proprio habitat e ne distrugge la sostanza umana perché il sistema lo ricompensa per farlo. La critica funziona perché non viene mai dichiarata: Esposito la inscrive nella struttura del gioco, nel fatto che tu — giocatore — stai pilotando il buco con piacere, stai raccogliendo i premi, stai portando a termine le missioni, prima di fermarti a chiederti cosa esattamente hai fatto a Donut County.

I personaggi sottoterra sono il contrappeso emotivo necessario. Ogni abitante ha una storia minima, costruita con la stessa economia visiva e verbale che caratterizza tutto il gioco — dialoghi brevi, caratterizzazione per dettagli obliqui, humor che non ammorbidisce ma rende sopportabile. Mira, la migliore amica di BK, è colei che tiene insieme la tensione narrativa: è lei che confronta il procione con la responsabilità di quello che ha fatto, ed è attraverso il suo sguardo che il gioco rifiuta di concludersi con una risoluzione troppo facile. Esposito non assolve BK. Lo lascia nel disagio, in compagnia dei conseguenti tentativi di riparazione.

La firma stilistica di Esposito attraversa tutto: i colori piatti e saturi, il design dei personaggi che strizza l’occhio all’estetica degli sticker digitali, la musica di Obfusc che mantiene un tono di malinconia leggera senza mai indulgere nel sentimentalismo. Il gioco dura due ore abbondanti e non vuole durare di più — scelta coraggiosa in un mercato che misura il valore in ore di contenuto. Donut County si prende il tempo necessario per dire quello che ha da dire e poi si ferma, con la stessa precisione con cui Esposito ha costruito ogni livello, ogni oggetto da inghiottire, ogni battuta che accompagna la distruzione progressiva di un posto che qualcuno chiamava casa. Il buco finisce per essere l’immagine più onesta possibile di come funziona certa attenzione online: non vede le persone, vede la dimensione di quello che può raccogliere.

Dimmi la tua

Donut County ti mette in mano uno strumento di distruzione e ti fa sentire bene mentre lo usi. Solo alla fine ti chiede conto di quello che hai fatto. Quali altri giochi ti hanno convinto a fare qualcosa di discutibile — e te ne sei accorto solo dopo?

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