Adrian Chmielarz ha rilasciato un’intervista alla testata FRVR dove ha ammesso quello che l’industria sa da anni ma preferisce non dire ad alta voce. Epic Games Store non sta perdendo la guerra degli store digitali per mancanza di funzionalità o prezzi sbagliati. Sta perdendo perché ha frainteso completamente cosa sia diventato Steam per i suoi 132 milioni di utenti attivi mensili. Il creatore di Witchfire ha spiegato che i giocatori PC non cambiano piattaforma per convenienza perché Steam non è più un negozio da vent’anni. È diventato casa. E quando Epic chiede ai giocatori di comprare altrove sta chiedendo loro di tradire la propria identità digitale, non di cambiare fornitore.
Chmielarz ha identificato il meccanismo emotivo che tiene prigionieri i giocatori: le persone investono emotivamente in Steam fino al punto in cui quella piattaforma diventa la loro casa digitale, il luogo dove hanno costruito la loro libreria personale. Quando un gioco esce in esclusiva su Epic diventa un problema perché acquistare altrove significa tradire quella libreria. Non lasciare, non cambiare. Tradire. Come si tradisce una famiglia, un’appartenenza costruita negli anni. La libreria Steam non è catalogo di prodotti acquistati ma archivio biografico dove ogni titolo rappresenta un frammento di identità videoludica cristallizzata nel tempo.
I numeri confermano l’enormità del fenomeno. Nell’ottobre 2025 Steam ha registrato 41,6 milioni di utenti connessi simultaneamente. Il fatturato del 2024 ha toccato 10,8 miliardi di dollari con crescita del 24%. Negli Stati Uniti Valve controlla il 75% del mercato PC gaming. Steam Replay 2025 ha svelato il paradosso fondamentale: l’utente medio gioca solo cinque titoli all’anno, appena il 14% uscito nel 2025, ma possiede librerie che superano i mille giochi. Tremila giochi posseduti, cinque giocati, zero intenzione di migrare. Non è accumulazione compulsiva ma costruzione paziente di un edificio simbolico. Ogni acquisto aggiunge un mattone anche se quel gioco non verrà mai installato.
Chmielarz ha identificato il vuoto sistemico di Epic: su quella piattaforma non c’è niente da fare se non comprare, e quindi perderà sempre contro un negozio che è anche emotivo, con cui puoi davvero interagire. Epic è tecnicamente funzionale ma Tim Sweeney ha costruito Amazon del videogioco quando i giocatori volevano la piazza del paese. Epic non ha recensioni perché teme il review bombing, non ha forum perché teme la tossicità, non ha hub di comunità perché considera tutto questo rumore inutile. Ha frainteso che per il giocatore moderno il videogioco è spesso l’incidente di percorso di un’esperienza sociale che avviene intorno al gioco, non dentro.
La community di Steam non è feature addizionale ma fondamento architetturale che trasforma il negozio in città abitata. Le discussioni nei forum generano più contenuto organico di qualsiasi campagna marketing. Le recensioni degli utenti hanno sostituito la critica professionale. Le guide trasformano ogni titolo in esperienza documentata che sopravvive agli stessi sviluppatori. Le mod su Workshop estendono la vita dei giochi oltre qualsiasi pianificazione editoriale. Steam gestisce ecosistemi viventi dove i videogiochi sono semi piantati in terreno fertile. Epic vende semi sterili in vasi individuali.
Epic ha comprato esclusività temporali pagando sviluppatori per non pubblicare su Steam al lancio. Ha funzionato per vendite minime garantite ma non ha costruito nessuna casa digitale. I giocatori hanno comprato Metro Exodus quando non avevano scelta, lo hanno giocato, poi sono tornati su Steam perché Epic non offriva motivi per restare. Epic è distributore automatico efficiente. Steam è bar di quartiere dove tutti conoscono il tuo nickname e rimani a chiacchierare dopo aver pagato.
Witchfire conferma la tesi dall’interno. Ha venduto dignitosamente durante l’esclusiva Epic, poi è arrivato su Steam e le vendite sono esplose. Non per maggiore visibilità ma perché finalmente poteva entrare nella casa digitale dei giocatori invece di rimanere parcheggiato in area di transito. Lo sviluppatore ha beneficiato dall’accordo Epic economicamente ma ha capito il limite esistenziale: i giocatori acquistano dove sentono di vivere. Valve ha passato vent’anni trasformando un negozio in metropoli complessa. Epic ha costruito un parcheggio illuminato.
Il videogioco contemporaneo è sempre più incidente di percorso per videogiocatori interessati agli aspetti sociali dell’essere videogiocatori. Comprare tanto, giocare poco, interagire costantemente. Le recensioni servono per partecipare al discorso collettivo. I forum servono per sentirsi parte di qualcosa più grande. Le liste dei desideri servono per dichiarare pubblicamente affiliazioni culturali. Steam ha capito che il videogioco moderno è meno medium ludico e più infrastruttura sociale.
La guerra degli store è finita prima di iniziare perché combattuta sul campo sbagliato. Epic pensava di competere per quote di mercato quando doveva convincere residenti di metropoli consolidata a trasferirsi. Ha offerto prezzi migliori agli sviluppatori, ha regalato giochi settimanalmente, ha pagato esclusività miliardarie. Ma nessuno abbandona la propria casa per trasferirsi in un negozio. Steam Deck completa il quadro: quattro milioni di unità vendute perché porta la casa con te. La libreria del 2005 funziona ancora identica su hardware del 2025. La continuità assoluta crea dipendenza assoluta.
I 69 milioni di accessi giornalieri non sono visite ma atti di residenza. Gli utenti non aprono Steam per comprare ma per verificare che la loro casa digitale sia ancora lì. Epic può regalare capolavori ogni settimana ma non può comprare la memoria collettiva che lega milioni di persone a Steam. Quella memoria è fatta di achievement sbloccati con amici lontani, di recensioni scritte quando pensavi di sapere tutto, di screenshot irripetibili. Non si quantifica in dollari, non si trasferisce con incentivi. La casa non si tradisce per uno sconto.